Lettera al Presidente della Repubblica Napolitano

Caro Presidente,
Lo scorso 22 settembre è morto sul lavoro Pietro Mirabelli, un operaio, un minatore. E’ morto dopo che una grande pietra, staccatasi da un’altezza di circa 7-8 metri lo ha colpito lateralmente alla schiena provocando un’emorragia interna che l’ha ucciso. Questo minatore stava costruendo, per conto di una ditta italiana, quello che sarà un primato mondiale: il progetto Alp-transit del San Gottardo, la galleria più lunga del mondo. Il tunnel dei record è stato pagato a caro prezzo dai minatori: sono stati nove i morti in quello stesso cantiere. Pietro è tra questi. È morto in Svizzera, nel cantiere di Sigirino, durante il suo turno, nel cuore della notte, a 20 ore di pullman dalla sua casa, Pagliarelle, una piccola frazione di Petilia Policastro, nella provincia di Crotone.
È dalle pendici della Sila, dove i turisti non arrivano, e da qualche altro luogo sperduto del Sud, che da un secolo partono gli uomini invisibili, che permettono ad altri milioni di uomini e donne di tutte le nazioni e di tutti i colori di incontrarsi più velocemente, di attraversare valli e di passare dentro i monti, spostandosi verso tutto il Nord-Italia e ancora più su. Pietro Mirabelli e' stato un delegato RSU-RLS della FILLEA CGIL, addetto alla formazione e al controllo della sicurezza nei cantieri, sotto le gallerie, dove il tasso di infortuni gravi e di mortalità è enormemente più elevato che in qualunque altra fase della lavorazione. Aveva più di trenta anni di esperienza. Lavorando per il consorzio CAVET, era stato per oltre dieci anni sul fronte di scavo della costruzione dei tunnel dei Treni ad Alta Velocità che passano sotto il Mugello e collegano Bologna e Firenze.
Negli anni che ha trascorso in Toscana, Pietro ha lottato con tutte le sue forze contro turni di lavoro a ciclo continuo che davano pochissima tregua ai lavoratori. Scontrandosi con la lontananza da casa, una delle caratteristiche salienti di questo tipo di lavoro, Pietro ha però lottato anche contro le distanze culturali che ancora dividono l’Italia veloce del Nord da quella lenta e quasi immobile del Sud. La sua forza stava nel trascinarsi dietro persone tanto diverse tra loro, come scrittrici e scrittori, giornalisti, registi, studenti, ricercatori universitari, lavoratori di altri settori, perfino comitati e associazioni per la tutela dell’ambiente: Pietro infatti capiva le preoccupazioni delle popolazioni che vedevano sventrati i loro territori, ma credeva che soltanto saldando i diritti di chi lavora nelle gallerie con la tutela del territorio su cui si insiste, si poteva far progredire sia i diritti degli abitanti che quelli dei lavoratori. La sua umanità era travolgente e non lasciava mai indifferente chi l’ascoltava. Non aveva posizioni preconcette e cercava di parlare con tutti. Certo, dialogava con i partiti della sinistra che gli erano più vicini, ma spesso li criticava e si arrabbiava molto con loro, così come contestava i sindacati, spesso troppo silenziosi e arrendevoli. Parlava malvolentieri della n'drangheta, il cancro della sua terra. Ma non si nascondeva dietro a un dito e sapeva che ogni migrante è sempre l'esito di una battaglia persa dallo Stato contro la criminalità organizzata. Eppure questo minatore pur spesso deluso da tanti, credeva nelle istituzioni. Nel Presidente della Repubblica vedeva il simbolo di un’Italia unita, solidale, giusta. E così quando il Presidente Ciampi era venuto a inaugurare l’abbattimento del primo diaframma tra Bologna e Firenze, nel cantiere del Carlone nel febbraio 2001, oltre quattro anni prima dell’effettiva conclusione del tunnel, Pietro Mirabelli aveva tentato di avvicinare il Presidente dicendogli: “ci salvi Lei, Presidente!”. Un mese dopo, nel marzo 2001 aveva poi scritto una lunga lettera in cui spiegava i vari motivi del disagio, nella quale faceva riferimento anche a quegli operai che aveva visto morire, troppo spesso, in galleria, mentre poco prima ci chiacchierava assieme in mensa. Si rivolgeva al Presidente Ciampi anche perché il lavoro in galleria fosse considerato tra i lavori usuranti. Vedeva nel Presidente il massimo rappresentante della Repubblica fondata sul lavoro. Alleghiamo la lettera perché anche Lei possa leggere le sue parole, alle quali è seguito il silenzio.
Dopo la fine dell’alta velocità nei cantieri TAV del Mugello, Pietro era andato in cassa integrazione, aveva prestato servizio per un breve periodo nella TOTO Costruzioni Generali, alla realizzazione della Variante di Valico, sempre in Mugello. Poi, deluso dalla condizione di lavoro, dal sindacato, dalla politica, persino da quelli che gli erano stati più amici, aveva messo in pratica quello che aveva sempre minacciato: era partito dall’Italia con profonda tristezza. Non sapeva se e quando sarebbe tornato. Tra tanti cervelli in fuga lui era anche un cuore e un’intera battaglia che se ne andava.
Come uomo, come cittadino italiano, come lavoratore e come calabrese conosceva e amava la Costituzione italiana, si riconosceva in quel testo chiaro, limpido e tagliato sui bisogni concreti di milioni di uomini e donne, argine sul quale poggiare per costruire, in democrazia, un benessere per tutti. Aveva letto le lettere dei “condannati a morte” della Resistenza, di quei partigiani che poco prima di morire vergarono in poche righe il senso di tutta la loro vita. Da una di quelle lettere aveva tratto ispirazione per scrivere la frase che si trova ora ai piedi della statua del minatore, che fu lui a far edificare nella piazza dei “caduti del lavoro” di Pagliarelle. Pietro appariva un uomo del dopoguerra, pieno di forza e di speranza. “Solo i deboli perdono la speranza”, amava ripetere. Ci viene da pensare, Presidente, che Pietro Mirabelli è morto senza vedere i frutti maturi di quella ricostruzione. Pietro aveva preso il testimone da suo padre, morto di silicosi per i lunghi anni di lavoro nelle infinite gallerie che portano a Nord tutto il Centro e il Sud Italia. Anche Pietro si spostò sul fronte degli scavi e contribuì, con fatica e sudore e lacrime, all’edificazione della moderna Italia. Si definiva “figlio d’arte” per questo, ma un giorno disse ai suoi  figli che mai li avrebbe voluti vedere a respirare polveri nocive e fece di tutto per farli studiare. Eppure Pietro Mirabelli amava il suo lavoro: “E’ persino bello!” diceva.
Egli non si è mai tirato indietro di fronte ai pericoli del mestiere, preferiva sempre andare innanzi quando c’erano dei giovani in squadra. Persino nel suo ultimo turno, poco prima dell’incidente, aveva detto ai due operai appena trentenni che erano con lui di allontanarsi dal fronte di scavo in quanto l'operazione che si stava svolgendo era estremamente pericolosa. E non ha rifiutato di aiutare chi lottava per la dignità, come accadde quando nel 2002 appoggiò lo sciopero della fame di Aldo Laino, un delegato sindacale gravemente infortunatosi in un incidente stradale di ritorno dal cantiere, al quale l'INAIL rifiutò la certificazione dell’infortunio sul lavoro.
Pietro ha rappresentato e rappresenta l' uomo di un Sud che non vuole perdere la speranza, ma anche di un’Italia che vuole ritrovare negli esempi di uomini semplici e giusti dei modelli a cui guardare senza paura, capaci di unire i cittadini nel nome della dignità del lavoro e del coraggio per difendere i diritti dei lavoratori. Dopo la sua morte, la famiglia ha ricevuto messaggi di solidarietà da tutta l’Italia: associazioni, istituzioni, partiti, studenti, cittadini di varie zone del paese e persino dalla Svizzera hanno manifestato il loro cordoglio e dolore, a riprova delle tracce che “la voce dei minatori” aveva lasciato al suo passaggio.
Il giorno del suo funerale la gente di Pagliarelle ha scritto su un lenzuolo bianco che Pietro è un simbolo di quel piccolo paese alle pendici della Sila. Noi crediamo che Pietro debba essere un simbolo per tutti e vorremmo anche, Presidente, che divenisse un simbolo conosciuto dalle Istituzioni di questo Paese. Per i parenti delle vittime sul lavoro, ma anche per tutti quei lavoratori che, giorno dopo giorno, hanno sempre più paura di fermarsi, di rifiutarsi di fare qualcosa di pericoloso per non perdere il lavoro. E rischiano sempre un po’ di più.
Pietro però non voleva essere un eroe, ripeteva che la sua storia è la storia di tanti. Pietro non avrebbe voluto un titolo o un’ onorificenza. Lui avrebbe voluto una manifestazione pubblica ed esplicita di impegno da parte delle Istituzioni, una risposta ai tanti interrogativi posti nella sua attività di delegato alla sicurezza sui luoghi di lavoro. Vorremmo che la storia di Pietro, il suo esempio di rettitudine morale e di attaccamento al lavoro come fonte di dignità giungessero in tutta Italia tramite un Suo messaggio. Le rinnoviamo quindi l’appello che Pietro stesso fece al Presidente Ciampi, allegando quella lettera che lui scrisse di suo pugno, nella convinzione che l’alta sensibilità da Lei più volte dimostrata sui temi della sicurezza del lavoro possa questa volta esaudire, a nome di tutti i cittadini italiani, un bisogno: quello di testimoniare, con forza, la ferma intenzione di porre fine a questa guerra silenziosa che uccide migliaia di lavoratori ogni anno e non sembra lasciare tracce, tranne che nel dolore profondo delle famiglie.
Con grande speranza, stima e rispetto.

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